Sulle orme dei Santi
     I santi di carta
La mostra “Sulle orme dei santi” ha il compito di inaugurare l’apertura al pubblico del nuovo spazio espositivo e permette di ammirare centinaia di immaginette sacre, espressione della devozione popolare che abbraccia la vita religiosa di tre secoli e che accoglie opere realizzate in molte regioni d’Italia e d’Europa.
E’ opportuno, prima di addentrarci nel dettaglio, qualche cenno storico sull’utilizzo delle immagini sacre nel corso dei secoli…

LA STORIA DELLE IMMAGINETTE

Nell’antichità si credeva che il divino potesse risiedere ovunque. Successivamente alle divinità furono attribuite forma e natura umana, conferendo alle immagini che le rappresentavano una forza soprannaturale. Il monoteismo giudaico introdusse la concezione di Dio come “il totalmente Altro” da tutta la realtà sia visibile che invisibile, concepita come sua “creazione. Da cui il divieto categorico – contenuto nella Bibbia ebraica (quello che noi chiamiamo Antico Testamento) – di rappresentarlo con immagini. Il cristianesimo, che crede Gesù – come scritto nel Nuovo Testamento – “immagine del Dio invisibile”, ritenne possibile rappresentare con immagini il divino, anzi Dio stesso. Nei secoli si scatenarono accese discussioni circa la possibilità di rappresentare il divino in immagini e sulla funzione che queste dovevano assumere.

A partire dal VII secolo la devozione attraverso le immagini crebbe fino a sollevare la dura reazione di chi temeva un ritorno al culto verso l’oggetto in sé e non verso quanto rappresentato.
Nell’VIII secolo, la lotta contro le immagini sconvolse profondamente l’Impero e la Chiesa, divisa tra i fautori del culto delle immagini, gli iconoduli, e i nemici del culto, gli iconoclasti.
I monaci iconoduli furono espropriati dei beni e conventi o perseguitati.
La politica persecutoria attraversò alterne fasi fino alla definizione del II Concilio di Nicea (anno 787) nel quale ebbe molto peso il parere della Chiesa di Roma (e in genere occidentale) nel definire la legittimità dell’immagine sacra: “Definiamo che come la rappresentazione della Croce, così le venerabili e sante immagini che sono dipinte o fatte a mosaico o in altra maniera conveniente, devono essere collocate nelle chiese di Dio, sugli oggetti, paramenti e sui muri e sulle tavole, nelle case, sulle strade, come l’immagine di Gesù Cristo, della Santa Madre di Dio, dei Santi Angeli, dei Santi. Più frequentemente saranno guardate, maggiormente coloro che le contempleranno saranno portati a ricordarsi dei modelli originali, a sentirsi uniti verso loro e a loro testimoniare una venerazione rispettosa, senza che sia una vera e propria adorazione, la quale è dovuta solo a Dio”.

Tale legittimità si fonda sulla teologia già di Giovanni damasceno, secondo la quale appunto è lecito rappresentare il divino figurativamente dal momento che Dio stesso ha preso una figura concretissima, quella di uomo reale; in altre parole l’Incarnazione dà questa legittimità. Come definito dal Concilio suddetto e ribadito successivamente con altri documenti dalla Chiesa, si tratta di usare le immagini solo come mezzo di elevazione a Dio e di culto a lui solo.
Lo scontro si concluse nell’843, con i decreti del Concilio di Costantinopoli,     dopo il quale ogni programma iconoclastico fu abbandonato. La fuga dei monaci da Oriente a Occidente portò al ripetersi di alcuni modelli compositivi iconografici che furono poi ripresi anche da autori importanti come Giotto o in composizioni sacre minori come le immaginette. Seguì un periodo di relativa tranquillità fino al XVI secolo, quando la riforma protestante con Zwingli e Calvino riprese una durissima lotta contro il culto delle immagini.

Successivamente agli attacchi dei Protestanti la Chiesa romana aveva risposto nel 1563: “Le immagini di Cristo, della Vergine Madre di Dio e degli altri santi devono essere tenute e conservate nelle chiese: a esse si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione; non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtù per cui debbano essere venerate, o perché si debba chiedere a esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano” .
Entrando nell’ambito specifico dell’immaginetta sacra occorre dire che, se l’icona bizantina vuol portare l’uomo, attraverso la sintetica e raffinata raffigurazione del Cristo, a una profonda riflessione interiore che lo avvicini sempre più al divino, l’immaginetta si rivolge a scopi più immediati; di educazione catechetica, morale, di raccoglimento e riflessione personale, di formazione nel fedele  di quelle basi che lentamente gli consentiranno l’avvicinamento alla verità.
Essa è strumento per propagare devozioni anche in luoghi lontani dalla chiesa o dal santuario che conserva l’icona miracolosa, diventando così quasi una reliquia. Ed è proprio nella seconda metà del XIV secolo, nei monasteri, che inizia la diffusione delle immagini sacre in luoghi lontani dalla loro collocazione originaria, con piccoli dipinti su pergamena.

Il vero sviluppo dell’immaginetta avviene soprattutto con la nascita della pratica della xilografia coltivata nelle abbazie di Cluny, Cîteaux, Clairvaux dove si trasponevano in xilografia soggetti presi dalla miniatura che abbellivano Messali e libri d’Ore.
In Germania, tra il XV e il XVI secolo si applicano all’incisione artisti come Dürer o Cranach raggiungendo vette difficilmente ripetibili. Anche i conventi della Svevia e della Baviera si specializzano in immagini devote. In seguito alla Riforma, decisamente iconoclasta, il centro di maggiore attività si sposta nelle Fiandre e sotto l’impulso del Concilio di Trento l’immagine iconografica subì un notevole impulso. Cambiò anche la tecnica, che dalla xilografia si sviluppò verso l’incisione su rame e l’acquaforte. Grandi famiglie di incisori quali i Wierix, i Collaert, i Galle e gli Huberti contribuirono a una capillare diffusione dell’immaginetta, a volte con l’aggiunta di preghiere.

E’ sempre di questo periodo l’affacciarsi dei “canivets” dal francese “canif” (temperino), ovvero delle immaginette ottenute ritagliando e forando la carta in modo da ottenere dei disegni di forma generalmente geometrica o floreale che fungono da cornice all’immagine incollata al centro. L’apice artistico - tecnico di tale lavorazione è privilegio dell’Austria della seconda metà del Settecento, a opera di Maria Zell. Questa tecnica proseguirà fino al XIX secolo, durante il quale l’effetto ritaglio verrà ottenuto tramite matrici a punzone grazie all’attività degli editori Rude e Hoffman di Praga.
Nella prima metà del XVII e fino a tutto il XVIII secolo sulla spinta dello stile barocco e rococò, si realizzarono immaginette che sommavano alla pittura iniziale lavorazioni elaborate con cornici in seta o ricamate in oro. L’impulso definitivo verso la diffusione di massa delle immaginette venne data nel XIX secolo con l’avvento della litografia che ancora permise agli incisori la realizzazione di opere di qualità. I cataloghi degli editori si arricchirono però di un numero sproporzionato di soggetti religiosi, riprodotti spesso con il solo intento commerciale senza troppo rispetto nemmeno per le più elementari regole iconografiche.